lunedì 21 agosto 2017

Time deal, Leonardo Patrignani - recensione

Questo è il primo post che scrivo dopo così tanto tempo che, lo ammetto, ho un po' dimenticato come si fa.
La mia assenza dal blog è stata in parte volontaria, in parte no (e in parte dovuta al decesso del mio computer che ha deciso di abbandonarmi in un periodo estivo, quando praticamente il mondo è in ferie e non c'è modo di poterlo portare in assistenza). Ma magari, un giorno, ve ne parlerò meglio. Oggi, invece, sono qui per parlarvi di un libro – uno dei pochissimi letti ultimamente – che mi ha fatto ritrovare il piacere di stare sul letto a leggere anche sudando a causa del bruttissimo caldo umido di Barcellona.
Conoscete quel caldo che ti fa sudare anche da fermi e che ti costringe a lavare i capelli tutti i giorni perché, altrimenti, si immobilizzano sulla testa e prendono forme che pensavi non potessero mai adottare? Quel caldo che ti fa appiccicare al lenzuolo e che, quando ti muovi, senti un distinto crrrr emesso dal lenzuolo che si stacca dal tuo corpo come fosse un adesivo? Ecco, proprio quel caldo che io odio profondamente. Ebbene, con la lettura di Time Deal, nuovo libro di Leonardo Patrignani, non dico che era come trovarsi in una cella frigorifera, ma diciamo che il caldo è passato decisamente in secondo piano.

Ci troviamo in un tempo non ben precisato, un futuro post apocalittico in cui la Terra, a seguito dell'uso di armi nucleari, ha subìto un enorme cambiamento. Nulla è più come prima, neanche ad Aurora, un'isola immersa nell'Oceano Pacifico che sembra l'unico lembo di terra ancora abitato dagli esseri umani.
Ad Aurora i mari non sono più popolati dai pesci, non è più possibile ascoltare il cinguettio degli uccelli o imbattersi in qualunque specie animale che popolava la Terra prima del disastro e la società è tristemente suddivisa in rigide gerarchie.
Il potere è praticamente in mano alla TD Pharma, una società farmaceutica – che è anche molto più di questo– la quale ha brevettato un farmaco a dir poco rivoluzionario: il Time Deal.
Assumendo il Time Deal si accede alla vita eterna. Sì, perché il farmaco arresta l'invecchiamento e permette così di rimanere giovani, per sempre.
Un sogno comune a molti e che possiede certamente tantissimi vantaggi. Pensate alla possibilità di non vedere mai il vostro corpo invecchiare, di poter scegliere un'età e rimanere per sempre ancorati a quella: niente più decadenza fisica, niente più calo della resistenza, niente più segni evidenti dell'età che avanza. Certo, un incidente o una brutta malattia possono interrompere la vita di chiunque, ma con i prodotti sponsorizzati dalla PD Pharma è possibile migliorare – e non di poco – le condizioni di vita: ottime prestazioni fisiche, calmanti potentissimi, farmaci che aiutano a concentrarsi e così via.

Tutto questo, ovviamente, non può che avere un costo e, se prima accedere al Time Deal era costosissimo, da qualche tempo non lo è più. Come vi accennavo poco sopra, infatti, la TD Phama è molto più di una casa farmaceutica. Chi decide di usufruire di questa cura deve necessariamente "affiliarsi" alla TD Pharma e abbracciare la sua filosofia di vita che ha le sembianze di una vera e propria religione – una setta, mi permetto di dire.
Non tutti, però, si sono fatti abbindolare da questa sorta di lavaggio del cervello. Tra questi – oltre a un movimento politico costituito dalla minoranza – vi è Julian, un ragazzo di appena 17 anni che, rimasto orfano di entrambi i genitori, si prende cura della sorellina Sara.
Durante la sua infanzia, la vita di Julian si è intrecciata a quella di Aileen, figlia di una famiglia tra le più ricche e potenti di Aurora e, da quel momento, sono sempre stati innamoratissimi e inseparabili.
La famiglia di Aileen, però, è una affiliata della TD Pharma e ha convinto Aileen a sottoporsi alla cura all'età di 15 anni, l'età minima stabilita per legge.
Sebbene Aileen non sia contenta di questa scelta, sembra ormai averci fatto l'abitudine e abbia imparato a conviverci fino a quando, un giorno, qualcosa comincia a non andare per il verso giusto: Aileen, infatti, inizia ad accusare dei problemi di salute.

Da questo momento in poi, Time Deal si trasforma in un romanzo pieno di colpi di scena, una vera e propria corsa contro il tempo per venire a capo di un mistero che condiziona la vita di molti. Omicidi, rapimenti e segreti sono gli ingredienti principali di questo libro che, credetemi, tiene letteralmente incollati alle pagine. 
Io, che ultimamente ho problemi a trovare il libro giusto da leggere al momento giusto, sapevo che con Leonardo Patrignani non avrei avuto problemi: stile fresco, giovane e scorrevole, trama interessante, intreccio narrativo ben sviluppato e con la giusta dose di adrenalina, personaggi realistici e una bella copertina (che voi, lo sapete bene, non guasta mai). In verità, vi sono alcuni punti del romanzo che sono anche più di questo: impossibile leggerlo senza porsi delle domande, senza riflettere un momento su quanto la società e il nostro atteggiamento verso di questa stiano cambiando.
La vecchiaia spaventa, spaventa tutti e soprattutto spaventa quelle donne e quegli uomini che le sfuggono abusando della chirurgia plastica anche molto tempo prima che la prima ruga solchi il loro viso. Se queste persone, se queste donne, avessero a portata di mano un farmaco come il Time Deal, di cui conoscono poco e di cui ignorano i rischi, cosa farebbero?
Se gli sportivi potessero rimanere giovani e aitanti, abbraccerebbero la filosofia della TD Pharma? 
Io temo proprio di sì e questo, un po', mi spaventa.

Proprio per questo reputo il romanzo di Leonardo Patrignani un gran bel romanzo che non solo garantisce qualche ora di svago, ma che ci fa anche riflettere sulla nostra vita e ci fa domandare che cosa, in realtà, desideriamo dal nostro futuro.

Titolo: Time Deal
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: DeAgostini
Prezzo: 14,90  
Pagine: 475
Il mio voto: 4 piume
Maggiori informazioni: scheda sul sito di DeAgostini


giovedì 1 giugno 2017

Il mio #maggiodeilibri - riassunto semi-serio del mese dedicato alla lettura

Il mese di maggio è volto al termine e mi sono successe davver tante di quelle cose che è letteralmente volato. Non mi sono accorta dei giorni che passavano, delle giornate che terminavano, delle ore che scorrevano veloci. Questo, si dice, succeda quando ci si diverte. Non so se posso dire di essermi divertita ma sicuramente ho vissuto un mese meraviglioso. È stato un mese intenso, pieno di emozioni forti e di nuove scoperte.

Il mio mese di maggio è iniziato con la Festa di Sant Jordi (di cui potete leggere qui), una giornata
Banchetti il giorno di San Jordi
all'insegna dell'amore e dei libri – e dell'amore per i libri, ovviamente – e si è concluso con la Fiera del libro di Madrid.
Sapete, perché ve ne avevo parlato altrove, che a causa della mia nuova vita qui ho provato un po' di confusione e ho vissuto un periodo – molto lungo in verità – che mi ha tenuta lontana dai libri, dalla lettura e da questo blog.
Questo mese invece, chissà se perché è proprio il mese dedicato ai libri, mi sono riavvicinata alla lettura. Gradualmente, è vero, ma è stato comunque un passo importante.
Credo che, in parte, sia stato merito dell'iniziativa del #maggiodeilbri che mi ha permesso di parlare con me stessa, di avere un dialogo costruttivo con la Nereia alle prese con la sua nuova vita, di riconsiderare questo spazio e i suoi contenuti.

Non sono più la persona che ero prima, la persona che ha lanciato questo blog nella blogosfera convinta di poter fare grandi cose. Sono una persona diversa, per certi aspetti migliore e certamente più matura. E lo è anche il mio atteggiamento ai libri e alla lettura: ho sviluppato, tra la metà del 2016 e i mesi del 2017, un interesse per cose di cui prima non conoscevo neanche l'esistenza. Sono sempre stata interessata alla questione femminile, alle autrici donne e alle loro storie, ma le esperienze vissute nell'ultimo periodo mi hanno fatta interessare ancora di più. Certo, mai paragonerei la mia vita a quella di donne incredibili come le Brontë, della Austen o di Emily Dickinson, ma ho consolidato una certezza: tutte, potenzialmente, siamo donne incredibili. E lo siamo sempre, tutti i giorni della nostra vita, e lo siamo ancor di più quando ci facciamo forza da sole e affrontiamo grandi cambiamenti.

Vivere in un posto che, nonostante ti ospiti da 10 mesi, non consideri ancora casa tua e sentirsi comunque una turista in vacanza non è semplice. È destabilizzante. È fonte di insicurezza. È, a suo modo, forse anche un po' deprimente.
In un altro momento mi sarei nascosta dietro la mia corazza e rifugiata nella mia comfort zone, costituita dalla lettura, e avrei affrontato il mondo esterno solo quando il periodo orrendo sarebbe passato, lasciando posto a sorrisi e sicurezze.
Quest'anno, invece, ho lottato strenuamente contro il blocco del lettore, ho iniziato la lettura di almeno una decina di libri e ne ho portate a termine solo un paio. Forse non erano i libri giusti al momento giusto, forse io non ero la persona giusta al momento giusto.

Poi, qualcosa è cambiato. Vedere le persone durante la festa di Sant Jordi che si regalavano libri e rose mi ha svegliata, ha costituito per me una sorta di epiphany (oh, Joyce, fossi in vita saresti contento di questa mia sensazione) e mi ha convinta che il peggio era passato, che potevo anche io essere una donna incredibile. E ho ricominciato a comprare libri, solo scritti da donne, e ho iniziato a leggere Come un fucile carico di Lyndall Gordon che racconta, con estrema passione, la vita di una donna straordinaria. E mi sono accorta che il girl power esiste. 

I miei acquisti del #maggiodeilibri dedicato al girl power.
Sul treno che mi portava a Madrid, per assistere alla fiera del libro ma anche per ritrovare un po' me stessa (Madrid ha questo potere speciale su di me, mi regala sorrisi, buonumore e fiducia in me stessa anche in un periodo pesante), ho acceso il kindle e ho letto. Per 3 ore di fila. Ed è stato liberatorio, è stato come tornare a essere la persona, anzi la donna, che ero prima.
Passeggiare tra i sentieri Parque del Retiro, in mezzo a milioni di persone intente a scegliere libri e sgomitare per gli autografi, mi ha fatto ritornare alla Nereia che passeggiava al Salone Internazionale del Libro di Torino con il sorriso nel cuore. Mi ha ricordato di quanto i libri facciano parte della mia personalità, mi ha fatta tornare a essere la Nereia che porta i libri sempre con sé, persino tatuati sulla schiena.

Il mio #maggiodeilibri è stato una rivelazione, è stato il mese delle scoperte e delle riscoperte, delle giornate passate con una persona speciale, degli acquisti di libri scritti da donne. È stato il mese del girl power. Mi auguro che sia stato un mese importante anche per voi. 
Io, di certo, ricorderò per sempre il 2017 come l'anno del #maggiodeilibri.

venerdì 12 maggio 2017

5 is megl che one #7 speciale #maggiodeilibri – ovvero i 5 libri che mi hanno garantito il #benessere giusto al momento giusto


Ci sono delle cose che facciamo quando vogliamo stare bene. Alcuni si avvalgono del "mente sana in corpore sano", andando a fare una corsa o una sessione in palestra per recuperare il #benessere fisico e mentale.
Io, per un po', ci ho provato a pensarla così. Mi sono iscritta a un corso di pilates che integravo con una partita a zumba davanti alla wii. Purtroppo, però, la mia poca inclinazione allo sport – sempre stata fiera sostenitrice del detto di un mio amico che sosteneva che lo sport, dopo i 25 anni, uccide – mi ha fatta desistere dopo qualche tempo. Dopo una lezione di pilates c'erano solo dolori, secrezione di acido lattico impazzita, capelli sporchi, nuova consapevolezza dell'esistenza di muscolatura laddove pensavo ci fosse solo il vuoto e la pelle, spossatezza.
Lo sport, insomma, davvero dopo i 25 anni mi uccise. Quindi, decisi che poggiare le scarpette appositamente comprate da Decathlon nella scarpiera e utilizzare i leggins solo per fare le pulizie in casa fosse la scelta migliore. Lo feci sia per il mio corpo, sia per la mia dignità – la non coordinazione braccia-gambe è spesso fonte di forte imbarazzo.
Ho così optato per la ricerca di una nuova fonte di #benessere, che fosse sia fisica che mentale – ovviamente – e non richiedesse alcuno sforzo muscolare particolare: il libro giusto al momento giusto.

In questa puntata speciale dedicata al #maggiodeilibri, voglio quindi parlarvi dei 5 libri che mi hanno fatta stare bene (quando ne avevo più bisogno) e che mi hanno portata a una nuova concezione, del tutto personale, del #benessere.

1. Cassandra al matrimonio (Cassandra at the Wedding) di Dorothy Baker.

Letto in credo neanche 10 ore, letteralmente sbranato. Un libro che mi ha piacevolmente colpita e che è stato uno di quei romanzi che diventano "il libro giusto al momento giusto". Non è semplice che accada, ovviamente. Però, quando inciampi sul romanzo giusto che racconta la storia giusta nella maniera giusta proprio quando ne hai più bisogno, non è una gran bella soddisfazione?
Una prosa che mi ha incantata, forse ancor più della storia narrata che, comunque, ha davvero il suo perché. 
Non è la storia, comunque, che fa di questo libro un gioiello; Cameron, autore di Un giorno questo dolore ti sarà utile, nella prefazione spiega molto bene perché Cassandra al matrimonio non è un libro qualunque ma un gran bel libro e io, seppure sia meno famosa e decisamente parecchio meno influente di Cameron, la penso esattamente come lui. I temi trattati possono forse essere considerati un po' "pesanti" (passatemi il termine). Certo, leggere della possibilità di un incesto e dell'omosessualità negli anni '60 non è forse considerabile una lettura leggera, eppure la Baker tratta tutto con così tanta professionalità che non ci si accorge neanche di aver terminato il libro. Per darvi un'idea, vi dico solo che ho aperto il libro pensando "leggo un paio di pagine e vado a pranzo" e alle 5 di pomeriggio ero ancora lì, sul letto, senza neanche avvertire la necessità di bere un bicchiere d'acqua. L'aspetto che forse più di tutto il resto rende questo libro un gran bel libro è il modo in cui la Baker ha deciso di strutturarlo; la prima e l'ultima parte sono narrate dal punto di vista di Cassandra, con un linguaggio che non lascia tanto spazio all'immaginazione: una personalità graffiante e irruente trova espressione in un uso della lingua sincero e al contempo aggressivo. La parte centrale, invece, è narrata dal punto di vista di Judith, un personaggio più equilibrato che la Baker contraddistingue rendendo la prosa più fluida e pacata. Insomma, io l'ho adorato. Dico davvero.

2. Il commesso (The Assistant) di Bernard Malamud.

Credo che Bernard Malamud non abbia bisogno di grandissime presentazioni da parte mia che, diciamolo, non sono praticamente nessuno nel panorama letterario. Cioè, dai, la mia opinione conta quanto quella del vecchietto che nel bar sotto casa mia si lascia andare in commenti arditi sulla formazione dell'Atletico Madrid.
E, seppure la mia opinione non conti poi molto, sento comunque di consigliare Il commesso come lettura da fare quando volete stare bene. Sì, è vero, è forse una storia un po' triste ma la prosa, signori, la prosa! 
Il disarmante realismo che trasuda dalle parole di Malamud è una delle cose più belle in cui potete imbattervi. 
Una storia d'amore ma anche una riflessione sulla propria identità e sulle proprie origini, uno spaccato tremendamente realistico sulla povertà degli anni '60, in una Brooklyn che fa i conti con gli inizi della globalizzazione e della modernità.
E Frank Alpine, il commesso da cui il romanzo prende il nome, che personaggio meraviglioso è? Bernard, devo proprio dirtelo, mi hai scaldato il cuore con questo capolavoro, dico sul serio. Ed è una cosa che non tutti riescono a fare, mio caro Bernard, fino a ora sono stati in pochi a riuscirci. 
Bello, davvero, ma anche triste. Da leggere quando siete un po' malinconici e avete bisogno di riacquistare fiducia nell'essere umano. Malamud, credetemi, ci riesce egregiamente. Quando lo recensii (qui) paragonai la tristezza di questa storia all'umidità. Mai paragone fu più azzeccato. Dopo tempo, continuo a pensarla così. Malamud, cacchio, sei bastardo proprio come l'umidità.

lunedì 24 aprile 2017

Nereia vs Barcelona #3 – Speciale Sant Jordi


È passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui sono riuscita a mantenere una parvenza di costanza da queste parti. I motivi sono diversi e un giorno – prometto! – ve li racconterò, non temete.
Oggi è un lunedì e sì, avete ragione, non è il giorno di Nereia vs Barcelona. Io, però, avevo proprio voglia di scrivere questo post e, quindi, non ha più importanza che sia lunedì.
Ieri, domenica 23 aprile, è stata la giornata mondiale del libro e, come voi ben sapete, è l'inizio del #maggiodeilibri  Ma il 23 aprile, qui in Catalunya, è la giornata dedicata a Sant Jordi ed è proprio di lui che voglio parlarvi.

Sant Jordi, conosciuto in Italia come San Giorgio, è stato un martire cristiano e la sua morte è avvenuta proprio il 23 aprile. Non si hanno molte informazioni sulla sua vita, ma ciò che si sa è che è stato un valoroso soldato nell'esercito dell'imperatore Diocleziano.
Si narra che in una città chiamata Salem, in Libia, vi fosse uno stagno grande abbastanza da nascondere un drago il quale, con il proprio fiato, uccideva tutte le persone che incrociavano il suo cammino. Gli abitanti di Salem, per tenerlo a bada, gli offrivano due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrire alla bestia un giovane tirato a sorte e una pecora.
Quando a sorte venne estratto il nome della figlia del re come giovane da sacrificare, il re offrì metà del suo patrimonio pur di salvarle la vita ma la popolazione si ribellò, poiché molti avevano visto i loro figli morire. Dopo otto giorni di vani tentativi di salvarle la vita, il re alla fine cedette e la giovane principessa dovette recarsi allo stagno per essere sacrificata.
In quel momento Giorgio, recatosi lì perché a conoscenza dell'imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, dicendole che non v'era nulla da temere poiché non sarebbe morta.
Le suggerì di avvolgere al collo del drago la sua cintura e questi cominciò a seguirla docilmente per le strade della città. Per tranquillizzare la popolazione, Giorgio pronunciò queste parole: "Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro".
A quel punto, il re e il popolo si convertirono e Giorgio uccise il drago, trafiggendolo con una spada.

mercoledì 5 aprile 2017

Questione di incipit #19


E quindi sono tornata – ve ne sarete accorti. Dopo più di un mese di pausa, sono tornata da queste parti e mi auguro per più di un mese. Nei prossimi giorni vi racconterò un po' ciò che mi è successo e da cosa deriva questa mia assenza.
Intanto, però, oggi voglio parlarvi di un libro di cui in verità si è già tantissimo parlato. Di che si tratta? Ma di Neve, cane, piede di Claudio Morandini, pubblicato da Exòrma Edizioni.
In occasione dell'Indie BBB Cafè, voglio mostrarvene l'incipit. Per chi non lo avesse letto o per chi non conoscesse ancora bene la casa editrice è un modo per convincersi a mettere questo libro in lista desideri. Io ve lo dico eh, dopo aver letto l'incipit sono certa che accadrà. Non ditemi, poi, che non vi avevo avvisati!

Neve, cane, piede si ispira ai romanzi di montagna della letteratura svizzera e ci racconta la vita di montagna per come è realmente: dura, aspra, carica di solitudine e feroce.
Il protagonista, Adelmo, è un vecchio scontroso e smemorato, accompagnato da un cane chiacchierone e petulante che, però, funge da spalla comica.
Morandini ci permette di osservare, attraverso una piccola finestra, l'ambiente ostile e faticoso dei valloni isolati delle Alpi, l'isolamento di chi vi abita, la durezza degli inverni attraverso descrizioni realistiche e dettagliate.
Io sono un'amante degli inverni, magari non così duri, ma quando sta per arrivare la primavera, sento di aver bisogno di rifugiarmi in quell'angolino della mia mente fatto di distese infinite di candida neve e caminetti accesi.
Questo, credo, sia il libro di cui ognuno di noi ha bisogno: sia che sia inverno, sia che sia estate o primavera.
Pubblicato a novembre del 2015, ha subito avuto un enorme successo. Meritato, ne siamo certi.

Per avere maggiori informazioni sul libro e per poterne leggere la scheda, vi rimando al sito della casa editrice, proprio qui.

UNO 

Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti di roccia.
Giù in paese, allora, prima che sia troppo tardi e una nevicata renda difficoltoso il cammino.
Adelmo Farandola cammina, zaino in spalla. Ha bisogno di carne secca, salsicce, vino e burro. Le patate che ha messo da parte basteranno per tutto l’inverno. Ora riposano nella stalla, al buio, accanto ai vecchi utensili dell’alpe, i bigonci, le cavezze, le zangole, le catene, le spazzole, e protendono i germogli pallidi come per fare il solletico. Le patate ci sono, le mele anche – cassette di mele che il freddo renderà ingrugnite, lasciandole però commestibili. Adelmo Farandola ama il gusto di quelle mele brutte, un gusto che gli allappa i denti, si afferra a lungo ai peli delle narici, e sa un po’ di carne, di quella carne frolla che si avanza dopo una caccia abbondante. Anche le mele ci sono, e basteranno per l’inverno. Salsicce ci vogliono, e vino. Vino e burro. Burro e sale.
Il vento lo piega da un lato, mentre scende al paese. La fatica lo sorprende, e lo fa quasi ridere il pensiero di quanto faticherà al ritorno, in salita, con quel vento. Il sentiero scivola giù per canaloni e pianori, e talora scompare tra le vecchie ceppaie sfatte, tra l’erba alta, o il pietrame in perenne movimento, ma l’uomo sa come non perdere la strada.
Qui, a mezza costa, l’autunno colora i larici di un giallo scialbo. Non è l’autunno allegro e sfrontato del fondovalle, la tavolozza esasperata dei vigneti e dei boschi di ontani e castagni. Le foglie qui muoiono subito, si seccano subito sui rami, prima ancora di cadere.
In passato Adelmo Farandola si recava al paese più spesso, per ascoltare la banda nei giorni di festa solenne. Si nascondeva dietro i muri delle case, e lasciava che il suono della banda gli giungesse confuso. Ma aveva smesso presto di farlo, perché qualcuno lo aveva visto, gli era andato incontro con la mano tesa a stringere la sua, aveva cercato di scambiare due chiacchiere. Ora gli capita di scendere fino a metà della fascia di faggi, e di ascoltare le bande da lassù, ben protetto dalle foglie e dai tronchi. La musica sale indistinta, un pasticcio di colpi di grancassa, tube e stridori di clarini, oscillante nel vento, ma a lui basta questo, e a volte gli capita anche di riconoscere una melodia o l’altra, e gli viene addirittura voglia di canticchiarla, e allora lo fa, ma pianissimo, perché non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non si ricorda o non vuole sapere o non vuole dire.
Dopo qualche minuto, però, anche la banda gli dà la nausea. Gli sembrano troppi, troppo accalcati, troppo rumorosi, troppo allegri. Allora sputa per terra, si gira, riprende l’erta verso casa, dicendosi che quella banda suona proprio male, che gli abitanti del paese sono tutti stupidi, e che la musica non serve a nulla. Ma gli capita anche di sognarla, quella banda, e nel sogno sente suonare melodie bellissime, da musicisti perfettamente intonati. E senza paura si mette in coda alla banda, li segue e canta a voce spiegata quella musica che gli ricorderebbe antichi momenti di gioventù se avesse conservato quei ricordi per intero, balli con le ragazze, e soprattutto risse e lotte con gli altri pretendenti, lunghe chiacchierate con ragazze, fatte per lo più di silenzi e sospiri e singhiozzi da ubriaco.
Una vaga sensazione coglie Adelmo Farandola alle prime case del paese. Si guarda attorno, e tutto gli sembra meno estraneo di quanto gli accade di solito, quando torna a rifornirsi dopo mesi di solitudine sull’alpe. Prende sicuro la via principale, l’unica che possa dirsi via, e si dirige con una facilità che lo stupisce verso il negozio, l’unico che possa dirsi tale. La bottega si affaccia, con una vetrina ingombra di attrezzi impolverati e oggetti da regalo che la lunga esposizione al sole ha reso quasi incolori, sulla piazza della pieve, l’unica piazza che possa dirsi piazza. Lì si vende di tutto, alimentari e arnesi agricoli, biancheria e giornali, pure qualche ninnolo da donna. Adelmo Farandola entra, chinando naturalmente il capo all’ingresso, come si fa per timore quando si entra in chiesa, o come fa sempre lui per non sbattere contro il basso architrave della baita.
La donna del negozio lo guarda sorpresa, gli sorride.
– Buongiorno – gli dice, – lasci pure aperta la porta, grazie.
– Buongiorno a lei – dice Adelmo Farandola, con lentezza.
A non parlare per tanto tempo fatica a far uscire le frasi, e ogni parola gli sembra difficile come uno scioglilingua. Per distrazione, chiude dietro di sé la porta.
– Dimenticato qualcosa?
– No, io... dovrei prendere cose.
– Appunto, dico. Cose che si è dimenticato l’altra volta. L’altra volta, rimugina lui.
– La scorsa settimana, sì. Cos’era, martedì, mercoledì. Si ricorda lei?
– Io... io sono venuto a fare provviste.
– Questo l’ho capito. Ma visto che è già venuto a fare provviste con quella stessa faccia la settimana scorsa, per l’inverno, io le sto chiedendo se per caso ha dimenticato qualcosa, e che cosa ha dimenticato l’altra volta di così importante, visto che non è proprio una passeggiata quella che deve fare per scendere fin qui, e poi risalire non ho mai capito bene dove.
La donna ha la lingua allenata alla chiacchiera. Adelmo Farandola invece, avvezzo ai silenzi di mesi, ha perso la capacità di ascoltare, oltre a quella di esprimersi.
– E visto che l’altra volta, insomma quel martedì o mercoledì della scorsa settimana lei, caro mio, si è caricato di un bel po’ di roba, mi chiedevo appunto che cosa mai avesse dimenticato. O è passato di qui solo per salutarmi? – ride la donna, una bella risata lunghissima che fa venire i brividi al povero Adelmo Farandola e la voglia di scappare dalla bottega senza comprare nulla.
– Io... non sono sceso dall’aprile scorso... – balbetta lui, invece, con grande sforzo.
– Ma se le dico che l’ho vista qui! Martedì o mercoledì! Mi prende in giro?
– No, io... Entra un altro cliente, un vecchio del paese che una volta riparava attrezzi. Il campanello della porta fa sobbalzare Adelmo Farandola e gli fa fare un passo indietro, verso un angolo buio. Il vecchio annusa e ride.
– Ti è andato a male qualcosa? – dice alla donna.
– Benito! – ride la donna al nuovo arrivato.
– Il signor Adelmo vuole scherzare, e finge di non ricordarsi che è passato di qui la scorsa settimana a svuotarmi il negozio per l’inverno. Lascia pure aperta la porta, grazie. Il vecchio ride ancora, si passa le dita sui baffi ingrigiti, non dice nulla.
– Io non sono sceso da aprile – balbetta ancora Adelmo Farandola. Il vecchio ride e tace.
– Diglielo tu, Benito, che martedì o mercoledì il signore era qui, e mi ha saccheggiato il negozio.
– Eh, ti ho visto anch’io – ride il vecchio.
– Ma dove?
– Proprio qui fuori, per la strada. Carico come un mulo.
 – Ecco, che le dicevo? – fa la donna, con aria di trionfo.
– Ma il signor Adelmo qui ha sempre voglia di scherzare, fingeva di non ricordarsi.
Adelmo Farandola tace a sua volta. Non scherza mai, lui, non sa scherzare, non sa nemmeno cosa vuol dire scherzare, se mai gli venisse in mente di scherzare nessuno se ne accorgerebbe, perché non sa scherzare, e al massimo lo prenderebbero per scemo, come sta capitando adesso.
– Allora, che cosa vuole? – dice la donna, ora più sbrigativa, visto che è arrivato un altro cliente.
– Ecco, io... Io...
– Lei, sì.
– Io non mi ricordo esattamente che cosa ho preso l’altra volta...
– Come non ricorda? Il vecchio ride per conto suo, di fronte alla smemoratezza del montanaro.
– Non ricordo che cosa ho comprato... perché a me servirebbe del sale...
– Ma se gliene ho dato tre pacchi! – ...del burro... – Tre chili! E che ci fa con tutto quel burro?
– ...del vino...
– Eh, quello non è mai abbastanza – ride il vecchio.
– Una damigiana non le basta? Quando l’ho vista partire carico di tutta quella roba ho pensato che non ce l’avrebbe mai fatta fin lassù! Ma come ci è riuscito, a proposito? – E poi, di nuovo ammiccando:
– Non mi dirà che ha già finito quel ben di dio. Il vecchio ride, ride.
– Il vino si finisce in fretta! – ride.
Basta, alla fine, per non partire di lì a mani vuote, Adelmo Farandola compra due bottiglioni di rosso e tre paia di calzettoni di lana. Paga con grosse banconote attorcigliate e bisunte, che la donna con un sospiro prende in mano. Ed esce, nel vento già invernale.

Allora, che dite? Avete già inserito il libro in lista desideri? 

lunedì 3 aprile 2017

Indie BBB Café| Exòrma Edizioni – intervista a Silvia Bellucci


Ve lo ricordate quel progettino di cui vi parlavo qualche tempo fa, in occasione dei post dedicati a CasaSirio e Las Vegas (per chi ha un vuoto di memoria, potete guardare qui, qui e qui)?
Si chiama Indie Book Bloggers Blabbering Café, per gli amici Indie BBB Café ed è un'iniziativa partorita in una notte buia e tempestosa di dicembre da un gruppo di temibili blogger donne. No ok, non era una notte buia e tempestosa, ma siamo sì un gruppo di temibili blogger.
Insomma, come funziona questo caffè letterario? Molto semplice: ogni mese racconteremo una casa editrice differente, svelandone i misteri nascosti dietro il loro catalogo, parlando con gli uffici stampa, gli autori, gli editori stessi.
L'editore del mese di aprile è Exòrma Edizioni, una casa editrice che io ho avuto il piacere di conoscere qualche tempo fa, durante la presentazione di un loro libro a Più libri Più liberi.
Per farla conoscere un po' anche a voi, ho deciso di fare due chiacchiere con Silvia Bellucci, l'ufficio stampa della casa editrice, e farle qualche domanda.
Le altre blogger che prenderanno parte a questa avventura, che vede Exòrma come protagonista, sono – in ordine sparso: Letture Sconclusionate, Appunti di una lettrice, Una banda di cefali, Papermoon e Tararabundidee
Ciò che potrei raccontarvi io non è neanche lontanamente interessante quanto ciò che, invece, la stessa casa editrice può dirvi e, proprio per questo, lascio la parola a Silvia.

Silvia, dicci un po', chi si nasconde dietro Exòrma Edizioni?

Dietro Exòrma Edizioni ci sono due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani, che qualche anno fa hanno mollato gli ormeggi per iniziare a navigare nel mondo dell’editoria. Sulla barca ci sono anche io, che mi occupo di comunicazione e ufficio stampa, e Claudia che punta il monocolo sulla redazione. In più ci sono collaboratori che, dall’esterno, ci aiutano a navigare.

Quando inizia l’avventura come casa editrice e in che modo?

Exòrma Edizioni nasce sulla scia di uno studio di progettazione grafica ed editoriale attivo dal 1985 e diretto dai due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani. Porta quindi in dote le competenze grafiche e tipografiche per provare a costruire libri belli dentro e fuori. Il progetto editoriale ha preso avvio nel 2009, il nome si rifà alla radice di un verbo greco e vuol dire “mollare gli ormeggi”, la collana di letteratura di viaggio - Scritti Traversi – è l’ammiraglia, oltre a questa collana ce ne sono altre come quella di narrativa italiana – quisiscrivemale– o quelle di reportage narrativo che si sono formate nel tempo e vengono portate avanti con grande spinta ed interesse.