lunedì 24 aprile 2017

Nereia vs Barcelona #3 – Speciale Sant Jordi


È passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui sono riuscita a mantenere una parvenza di costanza da queste parti. I motivi sono diversi e un giorno – prometto! – ve li racconterò, non temete.
Oggi è un lunedì e sì, avete ragione, non è il giorno di Nereia vs Barcelona. Io, però, avevo proprio voglia di scrivere questo post e, quindi, non ha più importanza che sia lunedì.
Ieri, domenica 23 aprile, è stata la giornata mondiale del libro e, come voi ben sapete, è l'inizio del #maggiodeilibri  Ma il 23 aprile, qui in Catalunya, è la giornata dedicata a Sant Jordi ed è proprio di lui che voglio parlarvi.

Sant Jordi, conosciuto in Italia come San Giorgio, è stato un martire cristiano e la sua morte è avvenuta proprio il 23 aprile. Non si hanno molte informazioni sulla sua vita, ma ciò che si sa è che è stato un valoroso soldato nell'esercito dell'imperatore Diocleziano.
Si narra che in una città chiamata Salem, in Libia, vi fosse uno stagno grande abbastanza da nascondere un drago il quale, con il proprio fiato, uccideva tutte le persone che incrociavano il suo cammino. Gli abitanti di Salem, per tenerlo a bada, gli offrivano due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrire alla bestia un giovane tirato a sorte e una pecora.
Quando a sorte venne estratto il nome della figlia del re come giovane da sacrificare, il re offrì metà del suo patrimonio pur di salvarle la vita ma la popolazione si ribellò, poiché molti avevano visto i loro figli morire. Dopo otto giorni di vani tentativi di salvarle la vita, il re alla fine cedette e la giovane principessa dovette recarsi allo stagno per essere sacrificata.
In quel momento Giorgio, recatosi lì perché a conoscenza dell'imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, dicendole che non v'era nulla da temere poiché non sarebbe morta.
Le suggerì di avvolgere al collo del drago la sua cintura e questi cominciò a seguirla docilmente per le strade della città. Per tranquillizzare la popolazione, Giorgio pronunciò queste parole: "Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro".
A quel punto, il re e il popolo si convertirono e Giorgio uccise il drago, trafiggendolo con una spada.

mercoledì 5 aprile 2017

Questione di incipit #19


E quindi sono tornata – ve ne sarete accorti. Dopo più di un mese di pausa, sono tornata da queste parti e mi auguro per più di un mese. Nei prossimi giorni vi racconterò un po' ciò che mi è successo e da cosa deriva questa mia assenza.
Intanto, però, oggi voglio parlarvi di un libro di cui in verità si è già tantissimo parlato. Di che si tratta? Ma di Neve, cane, piede di Claudio Morandini, pubblicato da Exòrma Edizioni.
In occasione dell'Indie BBB Cafè, voglio mostrarvene l'incipit. Per chi non lo avesse letto o per chi non conoscesse ancora bene la casa editrice è un modo per convincersi a mettere questo libro in lista desideri. Io ve lo dico eh, dopo aver letto l'incipit sono certa che accadrà. Non ditemi, poi, che non vi avevo avvisati!

Neve, cane, piede si ispira ai romanzi di montagna della letteratura svizzera e ci racconta la vita di montagna per come è realmente: dura, aspra, carica di solitudine e feroce.
Il protagonista, Adelmo, è un vecchio scontroso e smemorato, accompagnato da un cane chiacchierone e petulante che, però, funge da spalla comica.
Morandini ci permette di osservare, attraverso una piccola finestra, l'ambiente ostile e faticoso dei valloni isolati delle Alpi, l'isolamento di chi vi abita, la durezza degli inverni attraverso descrizioni realistiche e dettagliate.
Io sono un'amante degli inverni, magari non così duri, ma quando sta per arrivare la primavera, sento di aver bisogno di rifugiarmi in quell'angolino della mia mente fatto di distese infinite di candida neve e caminetti accesi.
Questo, credo, sia il libro di cui ognuno di noi ha bisogno: sia che sia inverno, sia che sia estate o primavera.
Pubblicato a novembre del 2015, ha subito avuto un enorme successo. Meritato, ne siamo certi.

Per avere maggiori informazioni sul libro e per poterne leggere la scheda, vi rimando al sito della casa editrice, proprio qui.

UNO 

Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti di roccia.
Giù in paese, allora, prima che sia troppo tardi e una nevicata renda difficoltoso il cammino.
Adelmo Farandola cammina, zaino in spalla. Ha bisogno di carne secca, salsicce, vino e burro. Le patate che ha messo da parte basteranno per tutto l’inverno. Ora riposano nella stalla, al buio, accanto ai vecchi utensili dell’alpe, i bigonci, le cavezze, le zangole, le catene, le spazzole, e protendono i germogli pallidi come per fare il solletico. Le patate ci sono, le mele anche – cassette di mele che il freddo renderà ingrugnite, lasciandole però commestibili. Adelmo Farandola ama il gusto di quelle mele brutte, un gusto che gli allappa i denti, si afferra a lungo ai peli delle narici, e sa un po’ di carne, di quella carne frolla che si avanza dopo una caccia abbondante. Anche le mele ci sono, e basteranno per l’inverno. Salsicce ci vogliono, e vino. Vino e burro. Burro e sale.
Il vento lo piega da un lato, mentre scende al paese. La fatica lo sorprende, e lo fa quasi ridere il pensiero di quanto faticherà al ritorno, in salita, con quel vento. Il sentiero scivola giù per canaloni e pianori, e talora scompare tra le vecchie ceppaie sfatte, tra l’erba alta, o il pietrame in perenne movimento, ma l’uomo sa come non perdere la strada.
Qui, a mezza costa, l’autunno colora i larici di un giallo scialbo. Non è l’autunno allegro e sfrontato del fondovalle, la tavolozza esasperata dei vigneti e dei boschi di ontani e castagni. Le foglie qui muoiono subito, si seccano subito sui rami, prima ancora di cadere.
In passato Adelmo Farandola si recava al paese più spesso, per ascoltare la banda nei giorni di festa solenne. Si nascondeva dietro i muri delle case, e lasciava che il suono della banda gli giungesse confuso. Ma aveva smesso presto di farlo, perché qualcuno lo aveva visto, gli era andato incontro con la mano tesa a stringere la sua, aveva cercato di scambiare due chiacchiere. Ora gli capita di scendere fino a metà della fascia di faggi, e di ascoltare le bande da lassù, ben protetto dalle foglie e dai tronchi. La musica sale indistinta, un pasticcio di colpi di grancassa, tube e stridori di clarini, oscillante nel vento, ma a lui basta questo, e a volte gli capita anche di riconoscere una melodia o l’altra, e gli viene addirittura voglia di canticchiarla, e allora lo fa, ma pianissimo, perché non vorrebbe essere scoperto da qualcuno che passa da quelle parti, pronto ad andargli incontro e a stringergli la mano e a non lasciargliela e a chiedergli cose che lui non sa, non si ricorda o non vuole sapere o non vuole dire.
Dopo qualche minuto, però, anche la banda gli dà la nausea. Gli sembrano troppi, troppo accalcati, troppo rumorosi, troppo allegri. Allora sputa per terra, si gira, riprende l’erta verso casa, dicendosi che quella banda suona proprio male, che gli abitanti del paese sono tutti stupidi, e che la musica non serve a nulla. Ma gli capita anche di sognarla, quella banda, e nel sogno sente suonare melodie bellissime, da musicisti perfettamente intonati. E senza paura si mette in coda alla banda, li segue e canta a voce spiegata quella musica che gli ricorderebbe antichi momenti di gioventù se avesse conservato quei ricordi per intero, balli con le ragazze, e soprattutto risse e lotte con gli altri pretendenti, lunghe chiacchierate con ragazze, fatte per lo più di silenzi e sospiri e singhiozzi da ubriaco.
Una vaga sensazione coglie Adelmo Farandola alle prime case del paese. Si guarda attorno, e tutto gli sembra meno estraneo di quanto gli accade di solito, quando torna a rifornirsi dopo mesi di solitudine sull’alpe. Prende sicuro la via principale, l’unica che possa dirsi via, e si dirige con una facilità che lo stupisce verso il negozio, l’unico che possa dirsi tale. La bottega si affaccia, con una vetrina ingombra di attrezzi impolverati e oggetti da regalo che la lunga esposizione al sole ha reso quasi incolori, sulla piazza della pieve, l’unica piazza che possa dirsi piazza. Lì si vende di tutto, alimentari e arnesi agricoli, biancheria e giornali, pure qualche ninnolo da donna. Adelmo Farandola entra, chinando naturalmente il capo all’ingresso, come si fa per timore quando si entra in chiesa, o come fa sempre lui per non sbattere contro il basso architrave della baita.
La donna del negozio lo guarda sorpresa, gli sorride.
– Buongiorno – gli dice, – lasci pure aperta la porta, grazie.
– Buongiorno a lei – dice Adelmo Farandola, con lentezza.
A non parlare per tanto tempo fatica a far uscire le frasi, e ogni parola gli sembra difficile come uno scioglilingua. Per distrazione, chiude dietro di sé la porta.
– Dimenticato qualcosa?
– No, io... dovrei prendere cose.
– Appunto, dico. Cose che si è dimenticato l’altra volta. L’altra volta, rimugina lui.
– La scorsa settimana, sì. Cos’era, martedì, mercoledì. Si ricorda lei?
– Io... io sono venuto a fare provviste.
– Questo l’ho capito. Ma visto che è già venuto a fare provviste con quella stessa faccia la settimana scorsa, per l’inverno, io le sto chiedendo se per caso ha dimenticato qualcosa, e che cosa ha dimenticato l’altra volta di così importante, visto che non è proprio una passeggiata quella che deve fare per scendere fin qui, e poi risalire non ho mai capito bene dove.
La donna ha la lingua allenata alla chiacchiera. Adelmo Farandola invece, avvezzo ai silenzi di mesi, ha perso la capacità di ascoltare, oltre a quella di esprimersi.
– E visto che l’altra volta, insomma quel martedì o mercoledì della scorsa settimana lei, caro mio, si è caricato di un bel po’ di roba, mi chiedevo appunto che cosa mai avesse dimenticato. O è passato di qui solo per salutarmi? – ride la donna, una bella risata lunghissima che fa venire i brividi al povero Adelmo Farandola e la voglia di scappare dalla bottega senza comprare nulla.
– Io... non sono sceso dall’aprile scorso... – balbetta lui, invece, con grande sforzo.
– Ma se le dico che l’ho vista qui! Martedì o mercoledì! Mi prende in giro?
– No, io... Entra un altro cliente, un vecchio del paese che una volta riparava attrezzi. Il campanello della porta fa sobbalzare Adelmo Farandola e gli fa fare un passo indietro, verso un angolo buio. Il vecchio annusa e ride.
– Ti è andato a male qualcosa? – dice alla donna.
– Benito! – ride la donna al nuovo arrivato.
– Il signor Adelmo vuole scherzare, e finge di non ricordarsi che è passato di qui la scorsa settimana a svuotarmi il negozio per l’inverno. Lascia pure aperta la porta, grazie. Il vecchio ride ancora, si passa le dita sui baffi ingrigiti, non dice nulla.
– Io non sono sceso da aprile – balbetta ancora Adelmo Farandola. Il vecchio ride e tace.
– Diglielo tu, Benito, che martedì o mercoledì il signore era qui, e mi ha saccheggiato il negozio.
– Eh, ti ho visto anch’io – ride il vecchio.
– Ma dove?
– Proprio qui fuori, per la strada. Carico come un mulo.
 – Ecco, che le dicevo? – fa la donna, con aria di trionfo.
– Ma il signor Adelmo qui ha sempre voglia di scherzare, fingeva di non ricordarsi.
Adelmo Farandola tace a sua volta. Non scherza mai, lui, non sa scherzare, non sa nemmeno cosa vuol dire scherzare, se mai gli venisse in mente di scherzare nessuno se ne accorgerebbe, perché non sa scherzare, e al massimo lo prenderebbero per scemo, come sta capitando adesso.
– Allora, che cosa vuole? – dice la donna, ora più sbrigativa, visto che è arrivato un altro cliente.
– Ecco, io... Io...
– Lei, sì.
– Io non mi ricordo esattamente che cosa ho preso l’altra volta...
– Come non ricorda? Il vecchio ride per conto suo, di fronte alla smemoratezza del montanaro.
– Non ricordo che cosa ho comprato... perché a me servirebbe del sale...
– Ma se gliene ho dato tre pacchi! – ...del burro... – Tre chili! E che ci fa con tutto quel burro?
– ...del vino...
– Eh, quello non è mai abbastanza – ride il vecchio.
– Una damigiana non le basta? Quando l’ho vista partire carico di tutta quella roba ho pensato che non ce l’avrebbe mai fatta fin lassù! Ma come ci è riuscito, a proposito? – E poi, di nuovo ammiccando:
– Non mi dirà che ha già finito quel ben di dio. Il vecchio ride, ride.
– Il vino si finisce in fretta! – ride.
Basta, alla fine, per non partire di lì a mani vuote, Adelmo Farandola compra due bottiglioni di rosso e tre paia di calzettoni di lana. Paga con grosse banconote attorcigliate e bisunte, che la donna con un sospiro prende in mano. Ed esce, nel vento già invernale.

Allora, che dite? Avete già inserito il libro in lista desideri? 

lunedì 3 aprile 2017

Indie BBB Café| Exòrma Edizioni – intervista a Silvia Bellucci


Ve lo ricordate quel progettino di cui vi parlavo qualche tempo fa, in occasione dei post dedicati a CasaSirio e Las Vegas (per chi ha un vuoto di memoria, potete guardare qui, qui e qui)?
Si chiama Indie Book Bloggers Blabbering Café, per gli amici Indie BBB Café ed è un'iniziativa partorita in una notte buia e tempestosa di dicembre da un gruppo di temibili blogger donne. No ok, non era una notte buia e tempestosa, ma siamo sì un gruppo di temibili blogger.
Insomma, come funziona questo caffè letterario? Molto semplice: ogni mese racconteremo una casa editrice differente, svelandone i misteri nascosti dietro il loro catalogo, parlando con gli uffici stampa, gli autori, gli editori stessi.
L'editore del mese di aprile è Exòrma Edizioni, una casa editrice che io ho avuto il piacere di conoscere qualche tempo fa, durante la presentazione di un loro libro a Più libri Più liberi.
Per farla conoscere un po' anche a voi, ho deciso di fare due chiacchiere con Silvia Bellucci, l'ufficio stampa della casa editrice, e farle qualche domanda.
Le altre blogger che prenderanno parte a questa avventura, che vede Exòrma come protagonista, sono – in ordine sparso: Letture Sconclusionate, Appunti di una lettrice, Una banda di cefali, Papermoon e Tararabundidee
Ciò che potrei raccontarvi io non è neanche lontanamente interessante quanto ciò che, invece, la stessa casa editrice può dirvi e, proprio per questo, lascio la parola a Silvia.

Silvia, dicci un po', chi si nasconde dietro Exòrma Edizioni?

Dietro Exòrma Edizioni ci sono due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani, che qualche anno fa hanno mollato gli ormeggi per iniziare a navigare nel mondo dell’editoria. Sulla barca ci sono anche io, che mi occupo di comunicazione e ufficio stampa, e Claudia che punta il monocolo sulla redazione. In più ci sono collaboratori che, dall’esterno, ci aiutano a navigare.

Quando inizia l’avventura come casa editrice e in che modo?

Exòrma Edizioni nasce sulla scia di uno studio di progettazione grafica ed editoriale attivo dal 1985 e diretto dai due editori, Maura Sassara e Orfeo Pagnani. Porta quindi in dote le competenze grafiche e tipografiche per provare a costruire libri belli dentro e fuori. Il progetto editoriale ha preso avvio nel 2009, il nome si rifà alla radice di un verbo greco e vuol dire “mollare gli ormeggi”, la collana di letteratura di viaggio - Scritti Traversi – è l’ammiraglia, oltre a questa collana ce ne sono altre come quella di narrativa italiana – quisiscrivemale– o quelle di reportage narrativo che si sono formate nel tempo e vengono portate avanti con grande spinta ed interesse.

lunedì 20 febbraio 2017

Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo 20/26 febbraio


Sì, sì, lo so. Lo so. La settimana scorsa non ho pubblicato la puntata che tutti vi aspettavate. È che c'ho una vita pure io e, soprattutto, c'ho qualche malattia alle volte. E la settimana scorsa mi sentivo una caccola, ma davvero una caccola secca e schiacciata. Insomma, una vera schifezza.
E poi, insomma, c'ho pure un momento di crisi esistenziale, dovuto al fatto che non so più che cosa fare di questo spazio. Un discorso un poco complesso, in realtà. Avrei diverse idee, tutte non realizzabili nel poco tempo a disposizione. Mi piacerebbe che il processo di trasformazione di questo blog volgesse al termine e fosse, per così dire, definitivo.
Mi sono accorta che LibrAngolo Acuto ha bisogno, e ne ho bisogno anche io, di una ventata d'aria fresca e sto cercando di chiarirmi un po' le idee.
È possibile che nel tempo necessario a capire un po' che cosa ne sarà di questo spazio, io ci sia un po' a singhiozzo. Mi sono accorta che alcuni dei post presenti su questo blog non riscuotono l'interesse sperato, ho quindi deciso che andranno via via sparendo. Non sarà una cosa repentina, anche perché devo ancora capire come organizzare il mio tempo libero, per cui i cambiamenti che attuerò, li attuerò pian piano. A ogni modo, andiamo a vedere cosa di bello vi aspetta in libreria questa settimana.


Siamo d'accordo, questa copertina non è il massimo. E sì, siamo d'accordo, c'ha tutto il diritto di stare qui, ospite di questa rubrica. Eppure io non volevo segnalarvela perché che c'è da dì? 
Sarebbe stata una segnalazione muta, perché non c'è davvero niente da dire in merito (se non un turpiloquio di quelli importanti).
Più guardo questa copertina, più mi sembra la storia di Sam al suo primo giorno di scuola hobbittiana, quando era giovane. Dite di no? Diapositiva per voi. Avanti, ditemi se questo tizio non è Sam da giovane. 
Ecco, quindi non c'è niente da dire, al massimo posso dedicare a questo libro un rutto. Poi, però, ho letto la scheda e il mondo attorno a me è cambiato. 
Hayley frequenta il secondo anno dell'high school a Baltimora. E fin qui tutto ok. Luke ha 18 anni e quando vede Hayley ne rimane affascinato e decide di conquistarla. E fin qui, di nuovo tutto ok. "La vita è una gara e lei sarà il suo premio", qui già non è tutto ok perché una persona non è il "premio" di nessuno, non trattandosi di un oggetto, ma facciamo che è una frase a effetto e va bene, facciamo pure che è tutto ok. "È Luke a guidare il gioco, seguendo Hayley e facendole credere che si tratti ogni volta di incontri casuali, fino a quando non raggiunge il suo obiettivo." Ok, questo è preoccupante. Lui la segue? Ma che è? La nuova frontiera dello stalking? Lui la segue facendole credere che si tratti sempre di incontri casuali? E lei non si fa una domanda quando se lo trova DOVUNQUE? Sta provando delle mutande da Zara e c'è lui dietro la tenda, sta depilandosi l'inguine e c'è lui dietro la porta del bagno, sta scaccolandosi in santa pace e c'è lui nascosto dietro una pila di fazzoletti, sta mangiando cibo spazzatura guardando Maria De Filippi e c'è lui dietro il televisore, sta tagliandosi le unghie dei piedi con i denti – ao', ognuno c'ha i propri hobby – e c'è lui che è pronto a tagliarle, con i suoi denti, le unghie dell'altro piede? Ma che ansia! Una non può manco cambiarsi l'assorbente che c'è Luke vestito da Tampax vicino al gabinetto? Mamma mia, tesò, fatte na vita, iscriviti in palestra, che ne so, fatte una passeggiata ogni tanto. 
Luke, dice la scheda, vive di adrenalina. Ma non lo so eh, se vestirsi da Tampax e spiare la gente mentre si scaccola, è considerato adrenalina.

Mi so' sempre chiesta perché nessuno, nella vita reale, vada vestita come una dama dell'800 mentre passeggia nella discarica di Malagrotta. E meno male che c'è Amy Angel che, invece, c'ha di questi hobby. Perché, voglio dire, basta con queste vite normali e noiose. Vuoi mette, guardà il tramonto seduti romanticamente su una montagnetta di cartongesso sbriciolato? Vuoi mette l'osservazione della flora del posto? La scoperta di nuove malattie? La catalogazione di tutte le nuove specie di batteri? La possibilità di avvolgersi nella cacca di piccione? 
Certo, la tizia qui me se confonde proprio sul giubbino... Hai fatto tanto per quel vestito alla Jane Austen e poi te metti il giubbino di pelle e dei calzini di spugna al posto dei guanti? 
Mi piace pure lui, sguardo basso e testa china tipici del bad boy che ha appena individuato una colonia di ratti proprio lì vicino.
Poi è pure difficoltoso stare lì, in equilibrio su quel pezzo de polistirolo in pendenza, con le nuvole piene di pioggia radioattiva... 
Comunque, lei è Ivy – dice la scheda – che è una traditrice ed è stata costretta a sposare il figlio del Presidente, come è stabilito che facciano tutte le figlie del clan perdente nella guerra, cedute ai figli del clan vincente. Ivy però era diversa, perché avrebbe voluto e dovuto uccidere suo marito. Peccato che, ovviamente, s'è innamorata. La nuova versione di Romeo & Giulietta del secolo, una roba che guardate ma chi sei se non c'hai una discarica romantica vicino casa? Nessuno sei. Altro che Montecchi e Capuleti, che non andavano a rovistare tra i sacchi dell'umido. 
E comunque, mi piacciono un sacco le fiamme a caso, quelle che vedete anche lì accanto ai nostri Ivy e Bishop (sì, se chiama vescovo de nome). C'hanno il polistirolo che sputa fuoco e non se ne so' manco accorti. Vado subito a comprare il primo volume di questa serie, mi interessano gli effetti dei fumi del poliuretano espanso al cervello. Allucinogeni, come minimo.


Per oggi purtroppo è tutto, non ci sono altre uscite che meritano di essere prese in considerazione. E adesso scusatemi ma dobbiamo sbrigarci ché devo spolverare il mio vestito regency per andare a passeggiare all'isola ecologica che sta qui vicino, magari me trovo un vescovo come marito. Al prossimo lunedì!

mercoledì 15 febbraio 2017

Questione di incipit #18



Prosegue l'Indie BBB Cafè, il Cafè Letterario dedicato a una casa editrice diversa ogni mese. Il mese di febbraio è dedicato a Las Vegas Edizioni, una casa editrice che ho conosciuto grazie a La Leggivendola (sempre sia lodata) molto tempo fa. Il libro di cui vi mostrerò l'incipi oggi è, in effetti, un presito di Erica che, shame on me, tengo in ostaggio da un bel po' di tempo. Il fatto è che con Erica, non si tratta mai di prestiti a breve termine, quanto piuttosto di prestiti a "quando ti ricordi me lo rispedisci" (questa donna si fida troppo di me).
E insomma, ho deciso di leggerlo proprio in occasione del BBB Café, portandolo con me in Spagna. Quando I romagnoli ammazzano al mercoledì tornerà alla sua legittima proprietaria, avrà molto da raccontarle.
Se volete conoscere un po' meglio la casa editrice, vi lascio in fondo al post i link ai post dedicati a Las Vegas Edizioni degli altri blog che partecipano all'iniziativa.

La Romagna è una terra pacifica e cordiale, dove se beve e se magna bene e dove la gente c'ha un accento che mi incanta davvero. Questo accade tutti i giorni. O quasi. Fino a quando non arriva il mercoledì. I protagonisti del libro di Davide Bacchilega sono un giornalista, un pugile, una poetessa e un playboy che sembra non abbiano niente in comune, se non 39 anni di età e una serie di truffe che li coinvolge come vittime o carnefici. E a volte entrambe le cose.
Capisco il motivo per il quale Erica abbia voluto prestarmi e, quindi, consigliarmi questo libro. Perché? Ma perché a me le cose così piacciono da pazzi!
Tra agenti letterari, bische clandestine e gang di malavitosi si prevede un romanzo davvero niente male. Forse un po' strano, proprio il tipo di romanzo che mi fa più piacere leggere e che riesce a rendere piacevoli anche quelle giornate che sembrano proprio un qualunque mercoledì.
Per avere maggiori dettagli sul libro e per farvi un'idea sui libri in catalogo di Las Vegas, potete leggere la scheda de I romagnoli ammazzano al mercoledì qui.

Giovedì

SexyRosy56 ciabatta verso il bagno trascinandosi dietro la luce asmatica del mattino, la pera cotta del suo culo cascante, ali di pelle pendenti dalla schiena come uno spinnaker strappato dalla bufera e quei cinque anni d’età che in chat si è levata, mentre dal vivo appesantiscono indelicati quel 56 in fondo al nickname, forse il numero delle ultime candeline spente, forse la sua data di nascita, la sostanza non cambia.
La sostanza è che SexyRosy56 è una Tardona Assassina, cioè quel genere di donna che non si arrende neanche davanti al bazooka dell’evidenza e che nei suoi bei safari via web si ostina ad andare a caccia di begli esemplari di maschio come il qui presente, da accalappiare ed esporre come un trofeo del vizio, da comandare e frustare secondo lo sfizio, trastullandosi al gioco dell’inflessibile domatrice e del tigrotto ammaestrato.
Praticamente, la Moira Orfei dell’erotismo.
Sì padrona, adesso salto nel cerchio. Sì padrona, se vuoi mi tuffo nel fuoco. Sì padrona, sono la tua docile belva consegnata a domicilio, Iva e trasporto inclusi nel prezzo, come è inclusa questa vertiginosa differenza d’età che ti fa frullare la testa, ché trentanove sono gli anni miei, e mentre ti ritiri nel cesso cercando di rimettere in sesto i dissesti di questa notte selvaggia, io mi rialzo felino dal tuo lettone a baldacchino.

venerdì 10 febbraio 2017

Nereia vs Barcelona – Capítulo 2. Il NIE.


Sembra appena ieri e invece è passato quasi un mese da quando vi ho parlato de L'approdo. Dopo essere arrivata qui e aver appurato cose molto utili (di cui vi ho parlato nella puntata precedente), mi sono subito imbattuta in quella cosa strana e complessa che è il NIE. Cos'è il NIE? È il número de identificación de estranjero, un misto fra il numero della carta d'identità e il permesso di soggiorno. A cosa serve? Ogni straniero sul suolo spagnolo deve essere dotato di un numero identificativo che, comunque, da solo non è un documento d'identità. Se hai quello, devi comunque portarti dietro o la carta d'identità o il passaporto. Fin qui, tutto ok, direte voi. Il NIE, non si sa perché, serve per tutto: per iscriversi in palestra, per l'abbonamento dei mezzi di trasporto, per pagare una cosa qualunque in banca, per chiedere il cibo a domicilio (!!), per fare la spesa online, quasi serve anche per chiedere informazioni per la strada:

-"Senta, mi scusi, ma Plaça d'Espanya?"
-"Il suo numero NIE?"
-"Ma io voglio solo..."
-"No, senza NIE niente informazioni."

Accadrà, prima o poi, me lo sento. Avere il NIE in altre parti della Spagna, comunque, non è difficile. Si va alla questura, si fa la fila, si compila un modulo e niente, fine, hai il tuo NIE. A Barcellona (e temo in Catalunya in generale), non funziona così – ovviamente.
Io adesso ce l'ho, dopo varie vicende rocambolesche che neanche un racconto sci-fi, ma ottenerlo non è semplice. 
Per chiedere il proprio número de identificación de estranjero qui a Barcellona, hai bisogno di un lavoro. Ma per avere un lavoro hai bisogno del numero de identificación de estranjero. Sì, esattamente, avete capito bene. Se non hai un lavoro non puoi avere il NIE, ma per avere il NIE hai bisogno di un lavoro. Se non fosse già tutto così assurdo, a completare l'assurdità c'è il sito internet per richiedere l'appuntamento alla questura per presentare il modulo e i documenti necessari (fotocopia e originale carta di identità, fotocopia e originale del contratto di lavoro, modulo 15 in tripla copia compilato in tutte le sue parti, codice fiscale, impronta dell'indice del tuo trisavolo morto di peste, prove certe del fatto che tu sia un essere umano, carteggi che dimostrino che non sei mai stato un alleato di William of Orange). Il sito internet dell'Ayuntamiento de Barcelona (ossia il Comune) funziona come un sito fatto in Word, più o meno. Cioè de merda.